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Bologna

Bitone Campione: il 13° Titolo Nazionale nel Segno del Gruppo

La storica società bolognese si aggiudica il Campionato UISP di Cicloturismo. Il presidente Romano Rangoni racconta il segreto di un successo basato su ricambio generazionale, volontariato e forte impatto sociale.

La Granfondo Casartelli, disputata a Forlì, è stata quest'anno la prova unica valida per l'assegnazione del Campionato Nazionale UISP di Cicloturismo per società. Un appuntamento che, più che premiare la prestazione del singolo atleta, valorizza la capacità delle associazioni di coinvolgere i propri soci e di fare squadra.

Tra le protagoniste assolute della manifestazione c'è stata la Ciclistica Bitone, storica società bolognese affiliata UISP, che ha conquistato il suo 13° titolo nazionale, riportando il tricolore a Bologna al termine di una sfida molto combattuta con l'Avis Faenza.

Ne parliamo con Romano Rangoni, presidente della Ciclistica Bitone.

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Presidente, il tredicesimo titolo nazionale in 55 anni di storia è un traguardo importante. Che significato ha questo successo per la Ciclistica Bitone?
È un momento abbastanza importante, perché all'interno della nostra associazione stiamo vivendo un processo di rinnovamento e un inevitabile ricambio generazionale. Per noi è gratificante, e foriero di buone sensazioni per il futuro, aver vinto questo primo titolo con il nuovo gruppo direttivo: alcuni di questi ragazzi sono già molto attivi nell'ambito della Granfondo, dove abbiamo vinto varie prove del CriteriumUISP grazie al loro contributo. Significa che c'è una proiezione verso il futuro.

È anche una conferma di una logica di fidelizzazione che ci contraddistingue: siamo un'associazione che, tutto sommato, è riuscita a superare le difficoltà dovute in primis al Covid, che ha creato problematiche irreversibili trasversalmente a tutto lo sport di base, non solo al mondo amatoriale. A questo si è aggiunto il processo di burocratizzazione che ha investito il nostro settore, facendo sì che molte società abbiano dovuto cessare l'attività. Il fatto che noi siamo sopravvissuti e che oggi stiamo vivendo una fase di rilancio è estremamente gratificante: abbiamo una prospettiva davanti a noi, ed è questa la cosa importante.

Se guardiamo ai numeri: prima della pandemia avevamo oltre 240 tesserati stabili più circa 60 ragazzini; oggi siamo a circa 160 tesserati, sempre con i nostri 60 ragazzini. Abbiamo perso circa un terzo dei soci, ma abbiamo retto il colpo e adesso siamo in fase di ripartenza. Una vittoria come questa è benzina per dare entusiasmo a noi e a chi ci sostiene, a cominciare dalla UISP.

La vostra vittoria nasce soprattutto dalla partecipazione di tanti soci. Quanto conta il senso di appartenenza alla società?
Il successo si misura sul numero dei partenti, degli iscritti che effettivamente partecipano. Ci sono classifiche diverse: quella della Granfondo in sé tiene conto della percorrenza chilometrica complessiva di tutto il gruppo, mentre il Campionato Nazionale — quello che abbiamo vinto noi domenica scorsa — tiene conto della partecipazione in sé. Proprio perché si parla di Campionato Nazionale di Cicloturismo, per interpretare correttamente i propositi della UISP bisogna premiare la partecipazione, a prescindere dalle capacità dei singoli. Noi abbiamo il dottor Chiozzi, classe 1933, che va ancora in bicicletta, e in mezzo abbiamo anche ragazzini di 14 anni: il mondo UISP attraversa l'intero spettro delle fasce d'età.

Il senso di appartenenza è radicatissimo ed è fondamentale: pur essendo in luglio, periodo in cui molti soci sono in ferie, alla chiamata hanno risposto in una sessantina. Per noi, storicamente affiliati alla UISP, il Campionato Nazionale è l'obiettivo annuale.

Al di fuori dell'aspetto sportivo legato a queste manifestazioni, la Bitone è un luogo di incontro dove da oltre cinquant'anni, il martedì sera, ci si ritrova per "parlare di niente" — a volte si parla di ciclismo, a volte d'altro. È stato soprattutto un punto di incontro per persone che prima non si conoscevano tra loro: si sono create relazioni, rapporti e amicizie che hanno travalicato il momento sportivo, fino a coinvolgere le famiglie stesse. Dieci o quindici anni fa questo aspetto era forse più marcato, ma sussiste ancora oggi, ed è parte della nostra fase di ripartenza.

Noi facciamo ciclismo: abbiamo gente che va forte e gente che va piano, ma le nostre sono attitudini cicloturistiche e non agonistiche, pur avendo in squadra soggetti che ne avrebbero le capacità — uno dei nostri, ad esempio, ha vinto il titolo regionale. L'agonismo in certi casi può dividere, creare competizione e malumori; fare cicloturismo è invece qualcosa di più tranquillo: è il piacere di andare in bicicletta e chiacchierare col vicino, anziché stare seduti al tavolo di un bar — anche se, ovviamente, la birretta dopo, quando non ci sono pranzi luculliani come quello della scorsa domenica, non manca mai!

Quest'anno siete riusciti a riconquistare il titolo dopo il successo dell'Avis Faenza nella passata stagione. Ve lo aspettavate?
Avis Faenza e Bitone sono due associazioni che si conoscono bene e che sono facilmente comparabili per strutture organizzative e numeri: non è la prima volta che ci troviamo testa a testa fino alle ultime gare. L'anno scorso sono arrivati primi loro e noi secondi, quest'anno le cose si sono invertite. Ma ci abbiamo lavorato: per portare 60 persone in gara non basta dire "ci vediamo domenica 5 luglio". È un lavoro che abbiamo cominciato puntualmente dall'inizio della primavera, fatto di chiamate personali per sensibilizzare e, in qualche modo, favorire la partecipazione: trattandosi del nostro obiettivo principale, l'associazione si muove per avere il maggior numero possibile di persone al via.

La Bitone è una delle società storiche del ciclismo bolognese. Qual è il segreto per restare un punto di riferimento dopo oltre mezzo secolo di attività?
Il metodo, se vogliamo chiamarlo così, è prima di tutto tenere sempre un profilo basso e non creare differenziazioni all'interno del gruppo. Storicamente siamo sempre andati avanti in autogestione: all'inizio le risorse arrivavano dalla laboriosità dei soci fondatori, in gran parte fornai di mestiere. Poi, agli inizi degli anni 2000, con la generazione di cui faccio parte, è scattata un'ulteriore molla: sono aumentate le esigenze di professionalità all'interno dell'associazione.

La nostra fortuna è stata intercettare persone che, nel loro vissuto passato o nella loro attività corrente, hanno messo a disposizione le proprie conoscenze e competenze. Sono persone che si sono avvicinate perché si è creato l'ambiente giusto: quando sei all'interno del gruppo, sta a chi organizza saper cogliere, a fronte delle esigenze della società, i profili che possono rispecchiarle. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovarli, e questo ci ha permesso di accrescere la qualità del gruppo. Per un certo tipo di organizzazione servono risorse umane, economiche, o ancora meglio entrambe: noi ci siamo riusciti soprattutto grazie alle prime.

È un mondo di puro volontariato, dove nessuno percepisce compensi o rimborsi spese, e in cui vige un rapporto assolutamente paritario: non esiste un socio più bravo o meno bravo. Serve chi cura il comunicato stampa, ma ha lo stesso valore chi si presta a caricare mezzo quintale di biscotti sul camioncino: se ciascuno dà il massimo di ciò che può dare, quel massimo vale sempre uno. È il classico "uno per tutti".


C'è un episodio che racconta bene questo spirito. Nel 2007, quando muovevamo i primi passi nel mondo delle Granfondo cicloturistiche, ci venne chiesto se fossimo disposti a organizzare il Campionato Nazionale. Lo proposi in consiglio direttivo, allora composto in gran parte dalla vecchia generazione spiegando che i rischi economici non erano trascurabili. La risposta fu immediata: "Organizziamo. Se andiamo male, faremo delle feste per recuperare i soldi che abbiamo perso". In prossimità dell'evento, Tancini, uno dei soci fondatori, preparò 8.000 raviole bolognesi in tre giorni, per aiutare a sostenere l'organizzazione.
Il risultato di quel primo Campionato fu da record: avevamo messo in conto 1.500 partecipanti, ne arrivarono oltre 2.300: un record che nel mondo UISP resiste ancora oggi!

È lo spirito che è stato tramandato in chiave moderna fino a oggi, ed è anche per questo che è così importante rinnovarsi, trovare nuovi soci e nuove figure che possano affiancare o sostituire chi, col tempo, non riuscirà più a seguire certe cose. Il consiglio direttivo di cui faccio parte sta probabilmente vivendo il suo ultimo mandato, ma le prospettive per il futuro sono decisamente buone.

Un altro motivo per cui abbiamo retto è avere avuto accanto degli "amici" sponsor che non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno: prima di tutti il Circolo Arci Benassi, che mette a disposizione gli spazi per organizzare le manifestazioni, e poi BCC Felsinea, Mobilità Elettrica, Coop Palazzetti, Infortunistica Mannacio e Centro San Ruffillo.

Il cicloturismo UISP mette al centro partecipazione, territorio e socialità. Quanto è importante continuare a promuovere questo modo di vivere il ciclismo?
È fondamentale, perché il cicloturismo è un modello di sport accessibile, che permette a tante persone di praticare attività fisica senza l'assillo della prestazione: non conta arrivare primi, conta esserci. Pedalare in questo modo significa anche conoscere il territorio, creare relazioni e vivere momenti di aggregazione — sono proprio i valori che la UISP promuove da sempre, e che noi cerchiamo di mettere in pratica ogni volta che organizziamo un evento.

Siamo una delle due società che a Bologna proposero per prime le Granfondo cicloturistiche non competitive, un modo di vivere lo sport che ti permette di goderti il paesaggio, fermarti a parlare, magari anche a mangiare qualcosa lungo il percorso. Proprio per promuovere questa filosofia, nel 2008 abbiamo fondato, insieme ai fratelli Contri, il circuito dell'Appennino Bolognese e Valli di Comacchio, che continua ancora oggi con successo: un progetto che non sarebbe stato possibile senza il sostegno delle amministrazioni comunali del territorio, che ringraziamo.

Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi della Bitone e quali sfide vede per il movimento ciclistico amatoriale?
Come Bitone, l'obiettivo è consolidare questo punto di ripartenza e crescere ancora nei numeri, con un'attenzione particolare alla componente più giovane. A livello di movimento bolognese, e nello sport in generale, siamo consapevoli che sempre meno società hanno le risorse umane ed economiche per proporre un'attività strutturata. Lo sport in generale sta vivendo quella che definirei una lunga eutanasia: gli sportivi ci sono, ma sono sempre più disgregati, proprio perché mancano le società capaci di organizzare. Un socio che si tessera oggi, in troppi casi, ottiene solo una tessera e un'assicurazione, ma non trova più gare o attività organizzate sul territorio.

Sentiamo la responsabilità di essere un punto di riferimento — è anche per questo che stiamo esplorando l'introduzione della cronoscalata — e vogliamo lasciare un'eredità: stiamo lavorando per garantire continuità a tutto quello che è stato costruito finora. In questo, il Comitato UISP di Bologna è al nostro fianco, perché il tema è condiviso e la necessità di aiutarsi a organizzare è sentita da tutti.

Presidente, se dovesse riassumere in una frase o un aneddoto cosa rappresenta oggi la Ciclistica Bitone, quale sceglierebbe?
Vorrei rigirare la domanda, perché probabilmente non è una frase o un aneddoto: è una persona.
La persona che ha rappresentato il passaggio tra la vecchia e la nuova generazione della Bitone: Giovanni Degli Esposti. Era uno dei nostri soci fondatori, ed è stato lui ad avere la capacità di trasmettere davvero i valori della società: finiva di lavorare e dedicava tutto il resto del suo tempo alla Bitone. È questo lo spirito che rappresenta, ancora oggi, la nostra società.

La Bitone è una realtà che da oltre cinquant'anni rappresenta un punto di riferimento per il ciclismo bolognese. Oggi, in un contesto in cui il volontariato sportivo è sempre più prezioso, quale pensa sia il ruolo delle società sportive nella vita delle comunità?
Le società sportive non organizzano soltanto attività sportive: sono luoghi di incontro, di amicizia, di educazione e di partecipazione, dove le persone trovano una comunità. È un ruolo che va ben oltre il campo o, nel nostro caso, la strada.

E questo è possibile solo grazie al volontariato, che è il motore di tutto: senza dirigenti, accompagnatori e soci che dedicano tempo e passione, realtà come la Bitone non potrebbero semplicemente esistere. È un impegno che spesso resta invisibile, ma che è la vera spina dorsale di qualsiasi società sportiva.

Noi, come Bitone, cerchiamo di essere presenti nel sociale, mettendo in campo iniziative e raccolte fondi per far sentire la nostra vicinanza al territorio. In particolare, in collaborazione con il Comitato UISP Bologna, dal 2005 organizziamo ogni anno "Mountain Bike Pro Telethon", che porta tra i 600 e gli 800 ciclisti all'Arci Benassi per una giornata di sport dedicata alla raccolta fondi, con banchetti e prodotti solidali il cui ricavato viene devoluto a Telethon. Nel 2025 abbiamo superato la soglia dei 105.000 euro donati complessivamente alla ricerca nel corso degli anni.
C'è poi "I Babbi Natale in Bici", sempre organizzata insieme a UISP: una pedalata cittadina in cui la quota di partecipazione viene interamente devoluta, negli anni, a diversi enti del territorio.

Guardando al calendario, quali sono i prossimi appuntamenti organizzati dalla Bitone?
Domenica 20 settembre torna la nostra Granfondo, giunta alla 17ª edizione, dedicata a Luca Mazzanti. Proporremo tre percorsi sulle valli bolognesi: uno non agonistico di 56 km nella Valle del Savena, un medio di 92 km tra Loiano e Monghidoro, e un percorso lungo di 110 km e 2.000 metri di dislivello che attraversa Loiano, Monghidoro e Monzuno, passando per la salita di Badolo.

La novità di quest'anno è che, per intercettare le nuove tendenze soprattutto tra i giovani, organizzeremo in contemporanea la Valli Bolognesi Gravel, un percorso di 70 km. Il gravel è un modo diverso di vivere il ciclismo, praticato con biciclette dotate di ruote tassellate pensate per andare fuoristrada — "gravel" significa proprio ghiaia. Introdurremo inoltre la nostra prima cronoscalata, una gara a cronometro sulla salita di Loiano. Tutte le informazioni sono disponibili su www.bitone.org e su granfondoappennino.it.

Sabato 19 settembre, invece, in collaborazione con UISP Bologna, organizzeremo un open day che chiuderà idealmente un percorso partito nel 2017, quando decidemmo di avviare corsi di avviamento alla mountain bike per ragazzi dai 6 ai 14 anni: alla prima lezione si presentarono in cinque, poi siamo arrivati rapidamente in overbooking, fino a circa 70 ragazzi nel 2019. Dopo la pausa forzata del Covid siamo ripartiti, e oggi la Città Metropolitana di Bologna ha fatto propria questa idea, arrivando nel 2026 a coinvolgere tra i 400 e i 500 bambini. Sabato 19 sarà la festa finale del Bologna Bike Park, progetto della Città Metropolitana nato anche a partire dalla nostra esperienza: ci eravamo accorti che i ragazzi del corso avanzato non tornavano più alle lezioni, così dal 2026, in accordo con UISP Bologna, abbiamo tesserato alcuni di loro per portarli a fare escursioni in mountain bike invece che ripetere il corso base. Aver creato questo meccanismo ha avvicinato intere famiglie, che oggi si tesserano e vanno in bicicletta insieme.

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